Un alluvione, tante alluvioni, sempre alluvioni?

 

UN ALLUVIONE ,TANTE ALLUVIONI, SEMPRE ALLUVIONI?

 

Le alluvioni nel nostro Paese sono episodi tutt’altro che rari, si verificano in prevalenza nei mesi autunnali, con precipitazioni. Tali episodi interessano prevalentemente la fascia tirrenica che talvolta, in poche ore, superano le quantità locali, mensili o addirittura quelle stagionali. Le zone del nostro Paese colpite da questi episodi si trovano per lo più sulla fascia tirrenica, dall’alto Lazio fino alla Liguria, oltre che nelle Isole maggiori, ma possono interessare anche regioni interne occidentali come la Valle d’Aosta ed il Piemonte. Ne abbiamo avuta esperienza ancora nelle scorse settimane. Il fenomeno fa scattare la 

doverosa attenzione delle autorità competenti, con diffusione di allerta meteo che a volte si rivelano eccessive o inutili: recente esempio le intense precipitazioni attese a Roma lo scorso 15 ottobre, poi non seguite dalle previste piogge torrenziali.

“I modelli di previsione hanno permesso di circoscrivere a sufficienza l’area interessata dal fenomeno e di delineare le caratteristiche salienti dell’evento, compresa la sua probabile durata”, spiega Marina Baldi dell’Istituto di biometeorologia (Ibimet) del Cnr di Roma. “In questo caso, si è poi verificato un evento meteorologico singolare, senza però raggiungere i livelli di eccezionalità previsti, il che rientra nei margini di incertezza associati alla previsione”.

L’allerta diramata da parte delle autorità preposte è poi il frutto di una valutazione del rischio che si basa su informazioni di diverso tipo delle quali quella meteorologica è solo uno degli ingredienti. Questo ‘ingrediente meteo’ viene quindi combinato con altri che sono le informazioni sul territorio e la sua vulnerabilità. La valutazione finale del rischio e la successiva allerta proprio perché dipendono da diversi fattori, sono affetti da incertezze: quanto migliori sono la previsione meteo e/o la mappatura del rischio idrogeologico di una regione, tanto più sarà precisa la valutazione del rischio e più facile decidere se diramare o meno l’allerta. Va detto inoltre che sull’esito finale ha un ruolo importante l’atteggiamento del pubblico nei confronti del rischio da catastrofe naturale.

“Nonostante diversi studi mostrano che, dopo un certo numero di false allerta meteorologiche, la popolazione tende a dare loro sempre meno seguito e a non rispondere qualora effettivamente si verifichi una situazione eccezionale, tuttavia occorre far presente che gli avvisi spesso hanno permesso di risparmiare vite umane e danni maggiori”, precisa la ricercatrice dell’Ibimet-Cnr. Esempio eclatante sono gli uragani che si sono abbattuti sullo Stato di New York negli ultimi due anni.

Un aiuto per una migliore valutazione del rischio può venire dal mondo della ricerca: “La scienza oggi fornisce modelli sempre più sofisticati di previsione che permettono di circoscrivere a sufficienza l’area interessata, ma l’incertezza è ancora elevata”, ammette Baldi. “Allo sviluppo di modelli previsionali più ‘performanti’, devono essere abbinate tutte le informazioni ricavate dalla strumentazione oggi a disposizione: stazioni meteorologiche, satellite, immagini da radar che permettono di circoscrivere l’area interessata e di fornire maggiori indicazioni sul fenomeno appena poche ore prima che si verifichi. Tuttavia, data la natura complessa dei fenomeni naturali, il sistema completo e integrato di cui potremmo disporre non sarà mai del tutto scevro da errori”.

Occorre quindi lavorare per formare una cultura della consapevolezza a recepire l’informazione ma anche la relativa incertezza. “Si deve, insomma, lavorare per creare una comunità ‘resiliente’, capace di rispondere positivamente alle manifestazioni della natura più estreme”, conclude la ricercatrice.

Marina Landolfi

Fonte: Marina Baldi , Istituto di biometeorologia del Cnr, Roma,