Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi.(Einstein)

Smettiamo di consumare nuovo suolo e riutilizziamo gli spazi esistenti ma abbandonati.

Contro il consumo di suolo l’imperativo è riutilizzare: aree edificate, terreni incolti, ex cantieri. Riciclare spazi esistenti ma abbandonati per crearne di nuovi, dedicati alla socialità. E c’è una forte domanda di riutilizzo, perlopiù organizzata, che aspira alla riqualificazione degli insediamenti urbani e del territorio e chiede il recupero e il riuso per fini di utilità collettiva e ambientale di aree e manufatti abbandonati, sottoutilizzati e dismessi. Una domanda che rispecchia la consapevolezza della necessità di dare la priorità al contenimento del consumo del suolo e alla conservazione del verde e della biodiversità.

Lo rileva il Wwf da una prima analisi dei dati della campagna ”Riutilizziamo l’Italia” che dal 5 giugno al 30 novembre ha raccolto 575 schede di segnalazione, provenienti per il 38% dal Sud Italia e isole, 33% dal Centro Italia e 29% dal Nord. Ad emergere è uno screening della tipologia del patrimonio esistente non utilizzato e delle proposte elaborate dalle comunità locali e dai singoli cittadini e da una rete di 25 tra esperti e docenti di 11 diversi atenei.

L’esistenza di una forte domanda sociale organizzata viene dal fatto che le schede di segnalazione 

(che contenevano almeno 10 campi informativi da compilare, dagli aspetti anagrafico-localizzativi, a quelli riguardanti le destinazioni urbanistiche e le vocazioni territoriali) sono state compilate per il 70% da associazioni e comitati, per il 28% da singoli cittadini (mentre il 2% non risponde). Il patrimonio in abbandono nel Paese, sulla base delle 575 segnalazioni, riguarda per il 67% aree edificate, per il 18% incolti degradati o in evoluzione (7% incolti in evoluzione, cioè dove la natura sta prendendo il sopravvento e 11% dove impera il degrado), 4% aree di scavo (cave o altre forme di prelievo di inerti), 7% aree ex cantieri, mentre il restante 4% non risponde.

Vengono segnalati anche i rischi provocati dall’abbandono e dalla dismissione, visto che il vuoto (che per il 33% riguarda aree private e per il 27% aree pubbliche, mentre per il 40% non si hanno informazioni certe) si trasforma in degrado: i rischi segnalati sono quelli dipendenti per il 36% da strutture pericolanti, per il 32% dall’inquinamento del suolo, per il 19% dai luoghi trasformati in discariche o depositi di materiali, per il 3% da altri fenomeni, mentre per il 10% non sono pervenute risposte.

L’85% delle 575 schede pervenute al Wwf Italia contiene idee e proposte di riutilizzo ambientale e sociale delle aree censite, con proposte che riguardano per il 49% una riqualificazione green delle aree (per il 20% a verde pubblico, per il 15% per ricomporre la rete ecologica, per il 9% ad orti urbani e sociali, per il 5% ad uso agricolo), mentre per il 47% il riutilizzo urbanistico.

A partire dal 2013 il Wwf Italia ha intenzione di creare laboratori territoriali, a cui partecipino i cittadini organizzati e non, insieme con i docenti universitari e gli esperti locali interessati, che consentano di stabilire interlocuzioni e vertenze con le istituzioni su aree o piani, programmi e progetti di trasformazione del territorio, allo scopo di contenere o bloccare il degrado e l’ingiustificato consumo del suolo, supportando questa azione diffusa con workshop e momenti di riflessione nazionali per individuare strumenti tecnici e normativi per catalizzare le risorse pubbliche e private nei processi di trasformazione e riqualificazione del territorio.

wwf Italia