PROTEZIONE CIVILE: RIORDINIAMO LE IDEE SUI FONDI POST- TERREMOTO AQUILA.

Ciclicamente quasi come le stagioni, in questa settimana si è ritornati, da più parti, ad affrontare il tema dell’utilizzo dei soldi stanziati dal Fondo di Solidarietà dell’Unione Europea nel post emergenza abruzzese. Avendo letto molte imprecisioni e scorrettezze, proviamo ancora una volta a rimettere in fila le diverse questioni, dando numeri e fatti, non semplici allusioni.

Immediatamente dopo il terremoto del 6 aprile 2009, il governo italiano ha attivato i contatti con la Direzione Generale Politica Regionale (DG REGIO) della Commissione Europea per avviare l’istruttoria per accedere al Fondo di Solidarietà dell’Unione Europea. La raccolta e la razionalizzazione dei dati e delle informazioni relative, in particolare, all’ entità dei danni servì a presentare alla Commissione, l’8 giugno 2009, l’istanza contenente i danni alla popolazione, quelli subiti dal patrimonio pubblico, privato e ambientale, le conseguenze all’economia dell’area colpita, nonché l’illustrazione delle operazioni di soccorso e della previsione dei costi da sostenere per l’emergenza.

L’istruttoria delle competenti Autorità dell’Unione Europea ha portato alla decisione, comunicata ufficialmente l’11 novembre 2009, di attivare il FSUE per 493,7 milioni di euro, decisione concretizzata nella firma dell’accordo tra Repubblica italiana e Unione Europea il 20 novembre 2009 (all’epoca, la realizzazione del Progetto C.A.S.E. era in fase avanzata, quindi sotto gli occhi di tutti).

Già nell’accordo vennero indicate le attività finanziabili con il contributo erogato dal FSUE: spese di prima emergenza (50 milioni di euro), costruzione degli alloggi del Progetto C.A.S.E. (350 milioni) e realizzazione dei moduli provvisori a uso abitativo e scolastico (M.A.P e M.U.S.P. per 93,7 milioni). La “Relazione di esecuzione” conclusiva, contenente il quadro generale delle attività e le modalità con le quali sono stati utilizzati i fondi, è stata inviata alla Commissione Europea l’11 gennaio 2011, così come previsto dall’accordo.

Sono state numerose le visite di verifica effettuate da esponenti europei per valutare l’attuazione dell’Accordo: da parte dei rappresentati della Commissione Europa, di una delegazione della Commissione Parlamentare di controllo dei bilanci del Parlamento Europeo, della DG Regio e della Corte dei Conti Europea, che, proprio su indicazione della Commissione Parlamentare, hanno svolto un vero e proprio audit per il controllo sulla gestione dei fondi.. La conclusione positiva di tutti i controlli effettuati è stata comunicata il 25 settembre di quest’anno dalla Commissione Europea al Dipartimento della Protezione civile. Nel documento, in particolare, si sottolinea che solo le spese legate all’estensione dei contratti originari per il Progetto C.A.S.E. effettuata dopo i 60 giorni dall’evento – estensione fatta sulla base della normativa nazionale emergenziale a causa dell’aumento del numero di persone da accogliere in quella soluzione – non sono state riconosciute eleggibili da alcuni organi di controllo europeo, secondo i quali sarebbero state necessarie nuove gare. Ciò, però, non mette in alcun modo in discussione la cifra stanziata dal FSUE, poiché le spese complessive eleggibili e rendicontate sono state di gran lunga superiori ai 493,7 milioni di euro a disposizione. Rispetto alla correttezza delle procedure italiane, inoltre, è bene ricordare che la Direzione generale mercato interno e servizi della Commissione Europea, competente specificatamente di verificare il rispetto della normativa comunitaria, non ha, invece, rilevato alcuna irregolarità (Caso 1364/10/MARKT).

 Un altro punto sul quale si è fatta confusione riguarda la presunta “non-temporaneità” degli edifici realizzati nell’ambito del Progetto C.A.S.E. (185 palazzine comprendenti 4.449 appartamenti). È evidente a tutti, e lo è stato da subito dopo il sisma, che per la ricostruzione di L’Aquila (una delle città d’arte più ricche d’Italia e anche più vincolate) sono necessari decenni, anche guardando alle procedure complesse e ai tempi lunghi per il recupero architettonico e funzionale degli edifici: se si fossero costruite case destinate a durare pochi anni, già oggi rischieremmo di avere una nuova emergenza abitativa.

È evidente, quindi, che la prospettiva di un percorso estremamente complesso per il recupero del centro storico, con tempi non facilmente governabili e comunque misurabili in media in dieci-venti anni, ha portato a valutare la qualità e lo standard delle soluzioni abitative da adottare nel periodo transitorio. Nel capoluogo, in particolare, l’elevato numero di cittadini sfollati e il territorio fragile hanno reso particolarmente critica l’ipotesi di utilizzare su larga scala moduli prefabbricati. Prescindendo, infatti, dagli standard abitativi, il ricorso a prefabbricati commerciali per decine di migliaia di persone avrebbe comportato il consumo di quantità spropositate di superficie, incompatibili con la natura del territorio aquilano. L’installazione di alloggi pre-assemblati, per quanto semplici e standardizzati, necessita almeno di un basamento di fondazione, di allacci alla rete elettrica, alla rete idrica, alla rete di smaltimento dei rifiuti, oltre alle strade e alle relative urbanizzazioni per raggiungere i moduli abitativi. Date queste condizioni, quindi, il Progetto C.A.S.E. è risultato la migliore soluzione “temporanea” in riferimento ai tempi di ricostruzione del tessuto abitativo preesistente.

 Passiamo ora al capitolo costi degli edifici del Progetto C.A.S.E. (calcolati dalla Commissione Europea in circa 1.500 euro a metro quadro, in realtà inferiori) che, abbiamo letto in questi giorni, sarebbero stati del 158% superiori “rispetto al costo di mercato”, prendendo come valore di riferimento per fare questo rapporto le “case prefabbricate” da 610 euro a metro quadrato. Date le caratteristiche strutturali (progettazione antisismica) e impiantistiche (edifici per lo più in classe A e A+), la tipologia di riferimento per il confronto dovrebbe essere, al contrario, quella di “edificio residenziale” valutato sul mercato in circa 1.250 euro/mq. Quindi, confrontando i 1.500 euro con i 1.250, se incremento vi è stato, questo è di circa il 20%, non di certo del 158%. Senza considerare il costo della mano d’opera pagato per lavori che sono stati portati avanti 24 ore al giorno, festivi compresi.

Un altro errore in cui si è corsi ancora una volta in questi giorni, più o meno volontariamente, è stato quello di non aver considerato che le previsioni iniziali dei costi del Progetto C.A.S.E. erano state effettuate per la realizzazione di 150 edifici, mentre in effetti ne sono stati costruiti – a seguito del maggior numero di persone da alloggiare – 185. Il rapporto 185/150 dà come risultato un aumento dei costi del 23% rispetto al preventivato originario: nessuno scandalo, quindi, nel riscontrare un “aumento del costo dei pilastri pari al 21,8%”, essendo aumentato del 23% il numero stesso dei pilastri realizzati.

 Impegnati tutti nel criticare, ci si dimentica sempre che, in generale, per l’espletamento delle varie gare, in forza dell’Ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri n.3760 del 30 aprile 2009, il Dipartimento della protezione civile si è avvalso della collaborazione dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, organo collegiale indipendente deputato alla vigilanza sul rispetto delle regole che disciplinano la materia dei contratti pubblici, che non ha riscontrato irregolarità. Senza contare, poi, il controllo preventivo della Corte dei Conti sui vari atti, nonché dell’Ufficio di controllo interno della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 Si è letto, infine, di supposte “infiltrazioni mafiose”. Per confutare tutto questo, basta rileggere alcuni passaggi del capitolo dedicato alla “Prevenzione e il contrasto delle infiltrazioni mafiose nella ricostruzione” della Relazione sull’amministrazione della giustizia nel Distretto della Corte di Appello di L’Aquila del gennaio 2010 scritta dall’allora Presidente Giovanni Canzio: «Il metodo di lavoro intelligentemente messo in opera dalla Prefettura è diretto ad assicurare la massima circolarità delle notizie e delle informazioni tra tutti i soggetti interessati e la pronta collaborazione con l’Autorità giudiziaria. In tal senso, l’istruttoria delle informazioni ex art. 10 del D.P.R. n. 252/1998 è finalizzata a stabilire entro un termine ragionevolmente breve l’esistenza o meno di situazioni ostative al rilascio della certificazione antimafia; tutti i provvedimenti e le notizie di rilievo vengono subito estese alla locale D.D.A. ed alla D.N.A.; per altro verso, vengono partecipati al GICER, al Centro Operativo DIA di Roma ed agli Organi territoriali delle Forze di polizia, sia le iniziative intraprese, gli esiti dei controlli effettuati, nonché i provvedimenti (di rilascio/diniego) delle certificazioni antimafia; si comunicano alle stazioni appaltanti eventuali warnings sulle situazioni sospette o comunque “a rischio”. Le istanze di rilascio di informazioni antimafia, affluite con ritmo crescente nel database della Prefettura, sono complessivamente circa 1500, rispetto alle quali sono state definite al 31 dicembre 2009 le posizioni di oltre 300 imprese. Le informazioni atipiche, i certificati con informazioni aggiuntive e il diniego di rilascio della certificazione antimafia, emessi finora nei confronti di un limitatissimo numero di imprese, sono giustificati dall’avvenuto accertamento di forme di ingerenza del tipo più tradizionale, che però non sembrano escludere la possibilità di tentativi di infiltrazione effettuati attraverso meccanismi più raffinati, venendo alla luce anche situazioni più complesse, tuttora in corso di approfondimento, nelle quali il condizionamento mafioso potrebbe avvenire anche attraverso il ricorso a complesse operazioni finanziarie. I moduli di contrasto risultano, quindi, razionali ed efficaci: contro il rischio di infiltrazioni mafiose la guardia dello Stato è alta e posso esprimere un fiducioso ottimismo che resterà alta».

Tali affermazioni, mai contraddette, sono state, anzi, ribadite nella Relazione dell’anno successivo.

 Tutto questo è sempre stato pubblicamente disponibile, anche sul sito del Dipartimento della Protezione civile. Ma forse si preferisce continuare appositamente a ignorarlo.

 fonte. PROTEZIONE CIVILE

Roma, 08 novembre 2013