BOLOGNA : AI CONFINI DELLA SCIENZA.

Il percorso della Mostra

 MOSTRA

AI CONFINI DELLA SCIENZA.
L’ALCHIMIA NEI FONDI DELLA BIBLIOTECA UNIVERSITARIA DI BOLOGNA.

13 febbraio – 3 maggio 2014
Atrio Aula Magna della Biblioteca Universitaria di Bologna
Via Zamboni, 35

Inaugurazione: giovedì 13 febbraio, ore 17.00

BO05 

La Biblioteca Universitaria, nata all’interno dell’Istituto delle Scienze e arricchita successivamente coi fondi di Ulisse Aldrovandi, di Jacopo Bartolomeo Beccari, di Ubaldo Zanetti e tanti altri vanta una notevole ricchezza e varietà di scritti alchimistici; soprattutto importante, per quanto riguarda i manoscritti, è il cosiddetto «fondo Caprara», raccolto da un ignoto collezionista francese del XVII secolo, appartenuto poi al conte bolognese Carlo Attendoli Sforza Manzoli e donato alla Biblioteca dell’Istituto delle Scienze dalla sua erede, Vittoria Caprara, intorno al 1727. Va tuttavia sottolineato che codici e stampe di opere alchemiche si trovano in quasi tutte le raccolte che compongono il patrimonio di questo Istituto; la diffusione capillare che l’arte dei ‘figli di Ermete’ conobbe presso gli intellettuali italiani soprattutto tra il Quattrocento e il Settecento ha reso estremamente varia la provenienza delle opere che oggi esponiamo: da Aldrovandi al conte Marsili, dalla famiglia Bonfiglioli allo speziale Zanetti, tutti gli uomini di studio dei quali custodiamo le librerie possedettero alcune opere di alchimia, a riprova del fatto che tale disciplina fece a lungo parte del bagaglio culturale comune, a prescindere dagli interessi specifici di ciascuno; né mancano le provenienze conventuali, nonostante la riprovazione più volte ufficialmente espressa dalla Chiesa per teorie che spesso sfioravano l’eresia o v’incorrevano apertamente.

La mostra prende avvio da alcuni manoscritti che tramandano testi molto antichi, talora attribuiti a personaggi in bilico tra realtà storica e leggenda. E’ il caso del Liber Mariae sororis Moysis, uno dei primi testi alchemici al quale venga assegnato un autore personale; l’autrice fu probabilmente, al di là della fantasiosa identificazione con la Maria biblica, una donna vissuta agli inizi del III secolo d. C., di origine siciliana o copta, la cui opera ci è pervenuta solo in forma frammentaria. Il codice che qui presentiamo è importante, pur nella modestia del suo aspetto (caratteristica comune a molti manoscritti del fondo Caprara), perché testimonia la tradizione del testo prima della sua pubblicazione nel VI volume del Theatrum chemicum di Zetzner, edito nel 1661.

In alcune celebri opere alchemiche i seguaci dell’Arte sono detti “figli d’Ermete”, per l’influenza che la filosofia ermetica esercitò sulle loro teorie; a tale nobile paternità abbiamo reso omaggio esponendo, come prima opera a stampa di questa rassegna, il Pymander Mercurii Trismegisti, nel quale la salvezza dell’uomo appare come l’esito di un percorso di conoscenza, con una identificazione tra redenzione e sapienza che anche la tradizione alchemica annovera tra i propri principi fondativi. Comune alla filosofia ermetica e all’alchimia è anche il richiamo all’origine divina del sapere: l’autorità del corpus hermeticum, composto in realtà da opere tardo elleniche del secondo e terzo secolo dopo Cristo, è garantita dal riferimento all’autore “tre volte saggio”, che la cultura antica identifica col dio egizio Thot e con il latino Mercurio; nei testi alchemici l’illuminazione divina come fonte del sapere è largamente presente.

Di notevole importanza teorica nella storia del pensiero alchemico sono le opere dello Pseudo-Geber, attribuite al persiano Jābir ibn Hayyān, vissuto nell’VIII secolo, ma in realtà composte da un autore occidentale, attivo nel tardo Medioevo, comunemente designato come «Geber latino» e identificato con un francescano italiano, un certo Paolo di Taranto, che si rifaceva alla tradizione alchemica islamica. Tale importante tradizione è qui esemplificata dal ms. 457, Busta V, n. 6, che raccoglie diverse sue opere, improntate ad uno spirito pratico-sperimentale. Nei testi dello pseudo-Geber troviamo infatti uno schema operativo dettagliatamente scandito in sette procedure che diverranno lo schema canonico dell’opus, partendo dalla sublimazione per arrivare alla finale fluidificazione. L’interesse per la tecnica è evidenziato anche dall’edizione a stampa esposta, una raccolta di numerosi scritti tra i quali il breve trattato De fornacibus, dotato di un ricco apparato illustrativo nel quale spiccano 12 incisioni raffiguranti altrettanti tipi di forno alchemico.

Nel Medioevo va segnalata, per la sua profonda influenza sullo sviluppo dell’alchimia, l’opera del frate catalano Raimondo Lullo; gli alchimisti fecero largo uso delle rotae da lui elaborate come strumento della sua celebre ars combinatoria, che possiamo ammirare nella edizione maguntina realizzata tra il 1721 e il 1742, primo tentativo di pubblicare l’opera omnia di questo autore; in essa le rotae e le tabelle lulliane sono nitidamente impresse in molti colori, con un risultato di grande efficacia sia da un punto di vista didattico che estetico. Le opere alchemiche pseudo-lulliane sono molto presenti nella raccolta del fondo Caprara: abbiamo scelto per l’esposizione due codici di epoca e origine diversa che contengono entrambi il Testamentum, opera composta di una parte teorica e di una parte pratica, volta alla realizzazione dell’elixir.

Non strettamente alchemico, ma interessante per i collegamenti fra alchimia e sapere enciclopedico medievale è il manoscritto contenente il poemetto di Cecco d’Ascoli L’acerba (ms. 3658), che abbiamo scelto anche per la ricchezza dell’apparato iconografico. Per lo stesso motivo sono da segnalare anche la raccolta di opere dell’alchimista francese Nicolas Flamel (ms. 457, busta XXIV, n. 4), uno dei codici più belli del fondo Caprara, e i due erbari appartenuti allo scienziato bolognese Ulisse Aldrovandi, caratterizzati da una raffigurazione magico-simbolica delle piante illustrate.

Una caratteristica da evidenziare nella tradizione, sia manoscritta che a stampa, dei testi alchemici, è la formazione di un corpus molto eterogeneo di opere che veniva tramandato in miscellanee e raccolte; ne sono un esempio, per quanto riguarda i codici esposti, il ms. 104, contenente 53 opere e confezionato nel Delfinato francese, fra 1476 e 1477, ad opera del copista piemontese Giovanni di Bartolomeo de Lachellis, e il ms. 153, contenente anche opere di mascalcia e di falconeria e ornato da finissime miniature.

 Per quanto riguarda invece le opere a stampa, con la grande fioritura cinquecentesca dell’arte tipografica si afferma una tradizione editoriale di raccolte di testi di autori diversi, destinata a protrarsi fino a tutto il XVIII secolo: dalla Pretiosa margarita nouella di Giano Lacinio, qui esposta nella bella edizione aldina del 1546, alla settecentesca Biblioteca chemica curiosa del ginevrino Manget.

In tali raccolte, che hanno il merito di diffondere largamente le opere alchemiche e che ancor oggi costituiscono una valida fonte d’informazione per gli studiosi, ha grande rilievo l’apparato iconografico, che autori ed editori non accostarono ai testi solo a fini estetici: la rappresentazione grafica dei processi alchemici, attraverso invenzioni fortemente simboliche, è infatti tra le caratteristiche salienti dell’alchimia, che genera una propria iconografia di grande varietà e fascino. Ne sono un esempio le 14 vignette xilografiche della Margarita, in cui le fasi della trasmutazione alchemica sono adombrate nell’uccisione di un re che, trafitto con la spada dal proprio figlio, risorge dopo essersi congiunto a lui nel sepolcro.

Di grande interesse è anche il ricco apparato iconografico della monumentale Bibliotheca chemica: segnaliamo in particolare le tavole del Mutus liber, che costituiscono un’opera autonoma, tra le più note e studiate delle molte tramandateci da questa fondamentale raccolta.

Va anche osservato che la veste tipografica dei testi alchemici in generale è particolarmente accattivante, grazie all’importanza dell’iconografia come complemento del testo e chiave per la sua comprensione.

Il libro forse più famoso in assoluto per la bellezza dell’apparato illustrativo è probabilmente l’Amphiteatrum sapientiae aeternae di Heinrich Kunrath, nel quale la complessità del testo trova una perfetta corrispondenza nelle splendide tavole, uniche per la sorprendente ricchezza dei dettagli e per l’uso delle linee di testo come elemento grafico.

Opere come l’Amphiteatrum segnano il trionfo dell’iconografia barocca e dell’esoterismo alchemico, in un secolo che pure conosce una profonda evoluzione della cultura e che già mostra talvolta una decisa insofferenza per il pensiero magico-esoterico: si pensi, ad esempio, alla polemica che oppone il teologo e matematico Marin Mersenne all’ «ermetico reazionario»[1] inglese Robert Fludd.

Nel Settecento gli adepti dell’ars sono ancora assai numerosi e uno scienziato come Marsili non esclude l’alchimia dalle proprie letture, come si è accennato e come testimoniano libri a lui appartenuti; tuttavia i progressi della tecnica e l’affermarsi di una nuova scienza, fondata sull’aderenza al dato sperimentale e sulla chiarezza del linguaggio, finiscono per relegare in secondo piano gli alambicchi e la prosa oscura degli alchimisti: quel mondo di «nascoste corrispondenze, di occulte simpatie»[2] si avvia verso un inesorabile declino.



[1] Cfr. scheda n. 32.

[2] Eugenio Garin, Magia ed astrologia nella cultura del Rinascimento, «Belfagor», V (1950), pp. 657-667, p. 659: «un universo tutto vivo, tutto fatto di nascoste corrispondenze, di occulte simpatie, tutto pervaso di spiriti; che è tutto un rifrangersi di segni dotati di un senso riposto; dove ogni cosa, ogni ente, ogni forza, è quasi una voce non ancora intesa, una parola sospesa nell’aria; dove ogni parola ha echi e risonanze innumerevoli; dove gli astri accennano a noi e si accennano fra loro, e si guardano e ci guardano, e si ascoltano e ci ascoltano; dove tutto l’universo è un immenso, molteplice, vario colloquio, ora sommesso ed ora alto, ora in toni segreti, ora in linguaggio scoperto: – e in mezzo v’è l’uomo, mirabile essere cangiante, che può dire ogni parola, riplasmare ogni cosa, disegnare ogni carattere, rispondere ad ogni invocazione, invocare ogni dio.»