ORIGINE E STORIA DEL PATRIMONIO RURALE DELL’OSPEDALE MAGGIORE

 

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«Tutte le Rappresentanze, che si successero nel governo dell’Ospedale Maggiore di Milano dal 1456 in poi, sentirono il bisogno di tener viva la memoria dei benefattori del Luogo Pio, di quei fondatori e restauratori del patrimonio ospitaliero, di quei filantropi che colle loro disposizioni benefiche contribuirono in tempi difficili a sottrarre l’Ospedale a dolorose catastrofi». Così scriveva nel 1887 Pietro Canetta, archivista dell’Ospedale Maggiore e così, tutt’oggi si conviene. Il cospicuo patrimonio dell’Ospedale Maggiore, tra cui i beni rurali – compresi nel fertile territorio fra il Ticino e l’Adda, le Prealpi e il Po – proviene da donazioni di sei secoli, dal XIV ad oggi. Cesare Chiodi – professore al Politecnico; assessore all’urbanistica del comune di Milano dal 1922 al 1925; membro negli anni 30 della commissione per l’esecuzione del piano regolatore della città – come anche consigliere del Consiglio degli Istituti Ospitalieri, riceve dall’avv. Mssimo della Porta, allora presidente, l’incarico di censire le proprietà terriere dell’ospedale. Gli studi dell’ing. Chiodi vengono pubblicati in occasione della Festa del Perdono del 1937 e del 1939; i suoi testi rappresentano tuttora la principale fonte storica sul patrimonio rustico della Ca’ Granda. Dai possedimenti rurali derivavano per l’ospedale non solo le entrate d’affitto in denaro, ma anche, fino al XVIII secolo, i prodotti della terra necessari al sostentamento dei ricoverati e alle preparazioni farmaceutiche. Al suo interno l’ospedale disponeva di un mulino, di forni per la cottura del pane, di cantine per la conservazione del vino, di prodotti in salamoia, di una macellerie e di numerose dispense, di un’erboristeria e – in certi periodi – di ben due farmacie. Le proprietà terriere erano dunque funzionali al sostentamento dell’ospedale, ma non solo: a mo’ di esempio, basti pensare ad un’ordinanza capitolare del 1604 che prescriveva ai fittabili di piantare rose, poiché i petali risultavano necessari alla spezieria.

Pur godendo dell’esenzione di qualunque tassa (ciò fino al termine del XVIII secolo), sin dall’origine dell’ospedale, le rendite del patrimonio non bastavano a sopperire alle spese. Oltre ai malati, infatti, l’ospedale accoglieva e manteneva tantissime persone bisognose, tanto che nei bilanci compariva la voce “numero delle bocche”, da sfamare appunto: 429 nel 1781; oltre 739 nel 1885. L’emergenza finanziaria si palesò già 6 anni dopo la nascita dell’ospedale, quando il Capitolo Ospitaliero dispose la vendita di numerose proprietà. Il momento più drammatico si ebbe nel 1623: per la totale mancanza di liquidi e, di conseguenza, per l’impossibilità di provvedere all’occorrente dell’attività ospedaliera, il Capitolo arrivò al punto di compilare cambiali. Nonostante ciò, la cassa dell’ospedale continuava ad essere  vuota – complici la generale crisi europea provocata dalla Guerra dei Trent’anni e la terribile pandemia di peste del 1630 – e nel 1633 il Capitolo ospedaliero non riusciva neanche a rispettare la scadenza delle cambiali. Si fece appello alla carità cittadina, ma non poteva bastare neanche la consueta generosità dei benefattori. Intorno al 1640 quasi tutti i possedimenti furono venduti, ad eccezione di Zelo, Bertonico, Fallavecchia e Sesto Calende, che sono i principali lotti di terra sopravvissuti nell’attuale patrimonio rurale.

Il Chiodi riferisce che nel 1937 la proprietà terriera dell’ospedale era composta da 9.260 ettari (circa 1.000 in più di oggi), per lo più seminativi irrigui e, solo in minima parte, incolti o boschi. Gli affitti avevano una durata di nove anni, con revisione triennale. Nei casi di grandi quantità di prodotti coltivati (latte, frumento, granoturco, riso), il canone era in natura, con la consegna all’ospedale di parte delle derrate; negli altri casi, il canone era fissato in denaro.

In merito alla scadenza dei contratti, davvero significativo quanto riportato dal Chiodi: «Il sistema – amministrativamente più ortodosso – della gara per asta pubblica o per licitazione, non è di regola seguito perché non ha mai dato buoni risultati. La conduzione agricola non è un semplice affare commerciale, nel quale il raggiungimento del massimo prezzo di affitto sia l’unico elemento determinante nella scelta dell’affittuario. Un buon agricoltore – sollecito cioè non solo del proprio immediato interesse, ma anche della corretta conduzione del podere – deve in primo luogo essere profondamente attaccato alla terra che coltiva, o fa coltivare. E’ interesse quindi della Amministrazione di non esporre, incondizionatamente alla scadenza di ogni periodo di affittanza, i propri vecchi fittabili ad una gara aperta ad ogni concorrente – quali l’asta pubblica o la licitazione – bensì di seguire un criterio preferenziale di scelta nei confronti dei vecchi conduttori e di dare a questi la possibilità di rimanere a lungo sullo stesso podere. Questo scopo è indubbiamente meglio raggiunto attraverso la trattativa privata. La stessa Autorità tutoria si è resa esatto conto della delicatezza del problema e non esita a dare il suo assenso a questa direttiva». Così accadde che alcune famiglie si trovassero per oltre due secoli sullo stesso podere.

La proprietà terriera dell’ospedale comprendeva anche numerose acque per l’irrigazione: alcune erano addirittura sorgentizie; per la maggior parte erano derivate da canali demaniali (il Naviglio Grande; il Naviglio di Bereguardo; il Naviglio di Pavia; la Martesana e la Muzza) e, in taluni casi (per esempio, la Roggia Bertonica; la Roggia Schiaffinata, o il Cavo Roggione), erano di proprietà esclusiva dell’ospedale, cui toccava farsi carico della manutenzione, cioè dello spurgo degli alvei e delle sponde.

Compatibilmente alle emergenze date dalle carestie e dalle guerre (in particolare dal secondo conflitto mondiale, i cui bombardamenti devastarono il nosocomio), l’Ospedale Maggiore si è sempre assunto tutti i doveri connessi alla funzione di principale proprietario fondiario della Lombardia. Innanzitutto, il dovere di migliorare l’efficienza del patrimonio, attraverso un’accurata e costante manutenzione: basti pensare che, nel novecento, criterio dell’Amministrazione Ospitaliera era di stanziare una quota parte della rendita annuale del patrimonio – intorno alle 8 Lire a pertica nel primo ventennio – alle opere di ristrutturazione e miglioramento degli edifici rurali. Da qui: la costruzione nel secolo scorso di oltre 400 case coloniche e 170 rustici; e da qui il fatto che nel 1959, il patrimonio rurale fosse composto da 10 mila ettari, con 8.885 persone che vi lavoravano. In secondo luogo, come datore di lavoro, l’ospedale si è sempre assunto il dovere di migliorare le condizioni di vita di coloro che lavoravano negli appezzamenti. Basti pensare che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, l’amministrazione decise di dotare le più importanti case coloniche e quelle lontane da un centro cittadino, di numerosi beni: servizi di docce; ambulatori per la maternità, con locali dedicati alle partorienti per toglierle dalla promiscuità data dalle ridotte dimensioni della casa colonica; ambulatori per l’infanzia.

E’ interessante ricordare che le case coloniche avevano un aspetto di loggiato, che rispecchiava le architetture tipiche della zona; ogni famiglia aveva tre locali: uno per la notte, uno per il granaio, uno per l’acquaio; nel cortile antistante le abitazioni si trovavano le stalle e i fienili. E’ rilevante, infine, osservare che le case coloniche non sono mai state in condizioni ottimali, anche perché, come acutamente interpreta il Chiodi: «E’ umano e spiegabile che chi ha intenzione di disporre a favore dell’Ospedale il lascito di un podere, già se ne spossessi idealmente fin da quel momento e, quindi, non dedichi più, negli ultimi anni di sua vita, particolari cure alla manutenzione».

Oltre ai terreni, alle case coloniche e ai poderi, il patrimonio rurale dell’ospedale comprendeva, come elementi di assoluto spicco nel quadro rurale della campagna, 24 edifici dedicati al culto: 18 tra oratori e cappelle; 3 chiese parrocchiali; 3 abbazie. Seppur per la maggior parte, la donazione di questi edifici all’ospedale fosse compresa nell’annessione dei territori feudali; vi sono 5 casi in cui dei privati – tra Testatori, Amministratori e Rurali dell’ospedale – erano proprietari di chiese e le donarono all’ente. In quanto proprietario di luoghi di culto, l’ospedale godeva di diritti e doveri di giuspatronato, quell’istituto del diritto canonico in virtù del quale l’autorità ecclesiastica attribuisce ai fondatori di chiese e ai loro eredi: sia privilegi (assistenza spirituale e riscossione delle elemosine); sia oneri (fornitura del materiale liturgico, stipendio del cappellano, spese dei lavori di ristrutturazione o ampliamento degli edifici). Tra le chiese rurali dell’ospedale, la chiesa di Bertonico era la più ricca di opere ed oggetti d’arte, tra cui: diversi quadri del XVII secolo di pittori di scuola cremonese, alcuni derivanti dalla scuola del Guercino; poltrone liturgiche intarsiate del secolo XVII; coro ligneo, opera di intagliatore di scuola lodigiana del XVII secolo; pianete in seta del XVIII secolo; candelieri in argento e altre opere d’arte.

Di seguito, l’elenco cronologico del patrimonio rurale dell’ospedale, con – in grassetto – i beni ad oggi mantenuti in proprietà:

1359 Bernabò Visconti Feudo di Bertonico

Nel 1359 Bernabò Visconti donò agli ospedali del Brolo e di Santa Caterina il feudo di Bertonico, comprensivo di palazzo, chiesa, case e diritti feudali. Nel 1448 l’arcivescovo Enrico Rampini ideò una riforma dei servizi ospedalieri della città costituendo un Capitolo Ospedaliero Generale (formato da 18 nobili milanesi, nominati dall’arcivescovo e da un luogotenente ducale) al quale affidare la gestione di tutti gli antichi e numerosi ospizi del ducato e andare così verso la costituzione di un unico e grande ospedale cittadino. Tale riunificazione fu concretizzata nel 1456, quando Francesco Sforza fondò il grandioso ospedale della SS. Annunziata (ovvero l’Ospedale Maggiore), al fine di poter rispondere alle esigenze assistenziali dell’intero ducato di Milano. E fu ultimata due anni più tardi da papa Pio II Piccolomini che, con bolla pontificia, sancì la fusione, anche patrimoniale. Da qui, l’Ospedale Maggiore eredita il feudo di Bertonico. In quanto feudatario, l’ospedale godeva dei privilegi connessi: diritto d’acqua, di caccia e di pesca; nomina del podestà del luogo e diritto di amministrazione della giustizia. Nel 1786, visto che l’autorità feudale era divenuta solo un privilegio onorifico, non redditizio, l’ospedale rinunciò alla signoria, mantenendo le proprietà.

Nel feudo erano comprese le seguenti chiese:

–         Chiesa parrocchiale di S. Clemente a Bertonico

–         Cappella di S. Rocco a Compolungo

–         Oratorio di S. Antonio alla Colombina

–         Oratorio di S. Lorenzo a Monticelli

–         Oratorio di S. Giuliano a Gavazzo

–         Chiesa parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano a Muzzano

–         Oratorio di S. Michele a Villapompeiana

1534 papa Paolo III Proprietà di Sesto Calende

Nel 1534 papa Paolo III incorpora nell’ospedale gli estesi beni della Abbazia di San Donato in Sesto Calende. L’ospedale versò alla Santa Sede 300 ducati accettando di coprire le spese di culto dell’abbazia e di contribuire con una tassa annua di 41 fiorini; nel 1547 però il papa Paolo III dichiarò che i beni dell’ospedale erano esenti da ogni tassa.

Erano comprese le seguenti chiese:

–         Chiesa abbaziale di San Donato

–         Cappella di San Vincenzo

1553 Paolo Cannobio

(testamento)Podere Cannobbia. Oggi rimane una cascina Cannobbia a Rosate,

1556 Papa Paolo IV Feudo e Commenda della Val Ganna

Fin dal XII secolo, la signoria di questo feudo spettava all’abbazia di S. Gemolo di Ganna, dell’ordine di Cluny. Il decadimento degli ordini religiosi portò nel XV secolo alla trasformazione di molti antichi conventi in Commende (i monaci si limitavano a controllare la gestione dei propri beni, delegata a fittavoli e salariati, riscuotendone i proventi). Così successe anche al priorato di Val Ganna che, nel 1542, la Santa Sede affidò, come commendatario, al cardinale Giovanni Angelo Medici, nipote di S. Carlo Borromeo. Per 14 anni (tre anni prima di essere eletto pontefice, prendendo il nome di Pio IV) il Medici tenne la commenda, poi la donò all’ospedale. Acconsentendo alla donazione, il papa Paolo IV impose all’ospedale: i doveri del servizio di culto nelle chiese di Ganna, Ghirla e Boarezzi; di stipendiare il parroco e tre cappellani; infine, di distribuire 200 scudi d’oro all’anno in doti a povere figlie nubili e a favore di altre opere pie. L’ospedale trasse qualche profitto dal feudo fino all’occupazione francese del 1797, quando furono introdotte le imposte. Da allora l’ospedale non ebbe alcuna risorsa da investire nella bonifica di quel territorio e così, progressivamente, le condizioni della vallata deteriorarono. Nel 1827 l’ospedale ottenne dalla Santa Sede l’autorizzazione a vendere il feudo, rinvestendo subito i proventi nell’acquisto di beni stabili.

Nel feudo erano comprese le seguenti chiese:

–         Abbazia di San Gemolo di Ganna e chiese dipendenti

1561 Papa Pio IV (G.A. Medici, di cui sopra) Feudo di Fallavecchia

Dal secolo XII il feudo era sotto la giurisdizione dell’abbazia cluniacense di Morimondo. Nel 1561 papa Pio IV sopprime l’abbazia e trasferisce all’ospedale i beni della stessa, tra cui Fallavecchia. Nel 1786 accadde per Fallavecchia e Morimondo quello che era successo per la Val Ganna: essendo infatti cessato il sistema feudale, risultò illegittima la signoria della Ca’ Granda.

Nel feudo erano comprese le seguenti chiese:

–         Chiesa parrocchiale di S. Giorgio a Fallavecchia

–         Oratorio di S. Rocco a Fallavecchia

–         Oratorio di S. Antonio di Padova a Ticinello

–         Oratorio di S. Francesco d’Assisi a Bugo

–         Oratorio di S. Cristoforo a Basiano

–         Oratorio di S. Maria Nascente a Coronate

–         Oratorio di S. Anna alla Cascina Nuova di Campagna

1580 Daria Pagani

(donazione in vita)

Poderi Caiella e Caiellino

1592 Sen. Francesco Grassi

(donazione in vita)

Feudo di Cavagnera (Landriano)

Non risultando conveniente l’esercizio diretto dell’autorità feudale in quel paese, dopo 3 anni il Capitolo Ospitaliero vi rinunziò, cedendolo al conte Matteo Taverna per 150 scudi.

1607 Giovanni Antonio Gallarati

(testamento)

Podere Vignola di Lavagna1615Contessa Margherita Lasso di Castiglia

(testamento)

Poderi Resentera; Castel Novedo; Casello Dieci

–         Oratorio della B. V. del Rosario a Resentera1626Bovisio Giacomo

(testamento)

Poderi di Calco; Mondonico; Porchera1678Consorti Balconi

(donazione in vita)

Podere Villa Boschi1681Giulio Cesare Secco D’Aragona

(testamento)

Cascina Morona1713Giulio Cesare Pessina

(testamento)

Podere Villanova1737Giovanni Battista Pecchio

(testamento)

Cascine Varia a Comunino

1797 Napoleone Bonaparte Poderi di Mirasole; Pontesesto; Arcagnago

Per ricompensare l’Ospedale Maggiore dell’assistenza prestata ai suoi soldati malati e feriti, nel 1797 Napoleone donò l’Abbazia, completa di fondi e podere (dal 1571 fino ad allora di proprietà del Collegio Elvetico di Milano), all’Ospedale Maggiore.

–         Abbazia di Mirasole (Chiesa di S. Maria Assunta e chiostro degli Umiliati; cappelletta di S. Carlo a Mirasole)

1797 Giacomo Sannazzari

(testamento)

Podere Calandrone1800P. Antonio Volonterio

(testamento)

Beni in Lomazzo1805Sac. Pietro Cicogna Clerici

(testamento)

Cascina Bergamasca1805Giovanni Battista Frates

(testamento)

Podere Sgolgiatica1805Conte Francesco Rossi

(testamento)

Beni in Cormano1813Conte Leopoldo Schiaffinati

(testamento)

Beni in Marcallo1814Conte Pietro Francesco Visconti Borromeo

(testamento)

Beni in Bresso1815Carlo Sormani

(testamento)

Podere Vernate

–         Oratorio di S. Rocco a Vernate1817Giuseppe Brentano Grianta

(testamento)

Poderi di S. Bassano e Villavesco1826Fortunato Lampugnani

(testamento)

Podere Cassinetta di Lugagnano1827Antonio Curati

(donazione in vita)

Poderi Linate; Pizzina; Vighetto

1831G.B. Agudio Andreetti

(testamento)

– Oratorio di S. Antonio da Padova in Arluno

(con casa civile, orto e giardino)

1832Giuseppe Medici di Seregno

(testamento)

Poderi di Quartiano Maggiore e Minore e Casolta1840Dr Giuseppe Biuni

(testamento)

Poteri di San Gregorio; Torrette e Cimiano1847Carolina Uboldi ved. Valtorta

(testamento)

Beni in Turro1849Carolina Bendoni ved. Casati

(testamento)

Beni in Rovagnate; Cassinette Bianche; Cascina dei Bracchi1852Margherita Sirtori Lomeni

(testamento)

Beni in Magenta1854Conte Carlo Calderari

(testamento)

Poderi di Vanzago; Figina; Linarolo grande e piccolo

–         Oratorio di S. Maria delle Grazie alla

1856Consorti Fasana

(testamento)

Podere Ronchetto della Chiesa

–         Cappelletta di S. Rocco a Ronchetto della Chiesa

1861Barone Giuseppe Colli

(testamento)

Podere San Pietro di Vigano1863Dr. Giacomo Besozzi

(testamento)

Podere Cavriano1879Carlo Pozzi

(testamento)

Poderi Battivacco; Colombirotto e Molino della Folletta1886Angelo Moranghi

(testamento)

Cascina Cattabrega1899Ing. Giovanni Morandi

(testamento)

Beni in Saronno e  Uboldo1900Clara Gola ved. Rogieri

(testamento)

Cascina Galanta1904Emilio Marzorati

(testamento)

Beni in Nerviano1904Ing. Giulio Pisa

(testamento)

Poderi Molino di Bereguardo; San Zeno; Torradello; Carpana1906Avv. G. B. De Martini

(donazione in vita)

Casetta in Masnago1920Avv. Antonio Crocetti

(testamento)

Poderi in Venarotta (Ascoli Piceno)1920Maria Lovati

(testamento)

Podere Marcallo con Casone1931Pietro Colombo

(donazione in vita)

Casa in Solviate Olona1933Riccardo Maggioni

(testamento)

Villa in S. Ambrogio1933Giuseppina Crosti ved. Minorini

(donazione in vita)

Podere Morivione

Benchè in rari casi, il patrimonio rurale si è incrementato anche grazie ad acquisti da parte dell’ospedale:

1771 beni in Seregno
Sec. XVIII-XIX beni in Arluno e Vaiana
1805 podere Rocchettino
1845 Cascina Brandezzata
1850 Poderi Molinetto e Cascina dell’Acqua
1860 Podere Gratosoglio
1871 Podere di Merlate
1884 Podere Ronchetto
1898 Poderi Gramignolo di Lavagna e Chiappello di Cervignana
1907 Podere di Villa Canetti

Attualmente, la proprietà fondiaria dell’Ospedale comprende i seguenti lotti:

LOTTO DI MIRASOLE Poderi nei comuni di: Locate Triulzi; Opera; Pieve Emanuele; Rozzano; Carpiano.
LOTTO DI VERNATE Poderi nei comuni di: Torre d’Isola; Vernate; Bereguardo; Battuda; Rognano.
LOTTODI MAGENTA Poderi nei comuni di:Magenta; Boffalora Ticino; Marcallo; Cassinetta di Lugagnano; Arluno; S. Stefano Ticino; Vanzago; Pogliano; Pregnana; Bareggio; Nerviano.
LOTTO DI FALLAVECCHIA Poderi nei comuni di: Morimondo; Besate; Rosate; Ozzero; Motta Visconti; Casorate Primo; Abbiategrasso; Bubbiano; Bereguardo; Gaggiano.
LOTTO DI ZELOBUONPERSICO Poderi nei comuni di:Lodivecchio; Tavazzano con Villavesco; Mulazzano; Zelo; Mediglia; Settala; Paullo; Comazzo.
LOTTO DI BERTONICO Poderi nei comuni di:Bertonico; Turano.
LOTTO DELLA BRIANZA Poderi nei comuni di: Casatenovo; Missaglia; Usmate-Velate; Bernareggio; Vimercate; Bellusco; Olgiate Calco; Aicurzio; Airuno; Colle Brianza; Casello Brianza; S. M. di Rovagnate; Lomazzo; Bregnano; Desio; Seregno Segrate; Bresso; Cormano.
LOTTO DI SESTO CALENDE Poderi nei comuni di: Sesto Calende; Marcallo; Gallarate; Cavaria.
LOTTO DI LINAROLO Poderi nei comuni di: Linarolo; Belgioioso; S. Genesio.