STRATAGEMMA PER RIDURRE EVENTI AVVERSI NELLE ARITMIE CARDIACHE

Con un semplice apparecchio della pressione si potrebbero ridurre complicanze di delicati interventi per curare aritmie .

Al Policlinico A. Gemelli ideato lo stratagemma da usare prima degli interventi di ablazione: si tratta di gonfiare e sgonfiare per tre volte il manicotto dell’apparecchio sul braccio del paziente. La sperimentazione  premiato dalla rivista “Circulation”.

ARIT05

 Cardiologi del Policlinico universitario A. Gemelli di Roma hanno ideato una strategia potenzialmente in grado di ridurre alcuni effetti avversi di delicati interventi per curare le aritmie cardiache: l’ingegnoso metodo consiste nell’usare il manicotto dell’apparecchio per misurare la pressione per bloccare transitoriamente la circolazione del braccio del paziente (gonfiando e sgonfiando alcune volte il manicotto) prima di procedere all’intervento di ablazione per danneggiare le aree cardiache responsabili dell’aritmia. I ricercatori dimostrano, infatti, che questo metodo, noto come “precondizionamento ischemico remoto”, è in grado di ridurre l’attivazione delle piastrine che si verifica durante la procedura di ablazione, e potrebbe quindi ridurre le complicanze ischemiche cerebrali a essa legate.

Si tratta della scoperta del gruppo del professor Gaetano Lanza del Dipartimento di Scienze Cardiovascolari del Gemelli, diretto dal professor Filippo Crea, in uno studio che ha come primo autore la dottoressa Alessandra Stazi.

 

Pubblicata su “Circulation”, la sperimentazione si è aggiudicata anche il premio di migliore lavoro scientifico pubblicato sulla rivista internazionale nel 2013 nella sezione ‘Clinical Science’.

“Nello studio su ‘Circulation’ – spiega il professor Gaetano Lanza – noi dimostriamo che, applicando il precondizionamento ischemico remoto (3 episodi di ischemia dell’avambraccio di 5 minuti a distanza di 5 minuti, ottenuti gonfiando il bracciale dello sfigmomanometro in modo da impedire il flusso arterioso), possiamo ridurre significativamente l’attivazione e l’incremento della reattività delle piastrine che si verificano durante l’intervento e che contribuiscono verosimilmente a causare un aumento del rischio di episodi ischemici (in particolare cerebrali – ictus) legati alla procedura”.

Da dove nasce l’idea dei cardiologi del Policlinico Gemelli

Il “precondizionamento ischemico miocardico” è un fenomeno, dimostrato sperimentalmente su animali, per cui se si inducono brevi episodi (di 3-5 minuti) di ischemia cardiaca, a distanza di 3-5 minuti l’uno dall’altro (occludendo e riaprendo un vaso coronarico), il danno miocardico (infarto) determinato da una successiva ischemia miocardica prolungata (per esempio chiudendo lo stesso vaso per un’ora) risulterà minore di quello causato da un’ischemia prolungata non preceduta dai brevi episodi ischemici precondizionanti. Questo originale dato sperimentale dimostrava, in pratica, che l’ischemia miocardica transitoria ripetuta induce una protezione del muscolo cardiaco contro una successiva ischemia prolungata.

Questo fenomeno contribuisce a spiegare perché, per esempio, i pazienti colpiti da infarto presentano un danno cardiaco meno esteso quando il dolore infartuale è preceduto nelle 24 ore precedenti da episodi transitori di ischemia miocardica (angina pre-infartuale); questi episodi (che precedono l’occlusione persistente del vaso che causa l’infarto), infatti, esercitano probabilmente lo stesso effetto precondizionante sul miocardio osservato sperimentalmente.

Studi successivi hanno dimostrato che una simile protezione contro il danno ischemico del cuore si può ottenere anche applicando brevi episodi ischemici a tessuti periferici, in particolare a un arto superiore, anziché al cuore. Ossia, se si inducono brevi episodi (di 3-5 minuti) di ischemia dell’avambraccio (impedendo a intermittenza la circolazione gonfiando e sgonfiando il bracciale di uno sfigmomanometro), il danno miocardico determinato da una successiva ischemia miocardica prolungata risulterà, di nuovo, ridotto rispetto a quello che si osserva in assenza di tali brevi episodi ischemici precondizionanti periferici. Questo fenomeno è definito “precondizionamento ischemico remoto” in quanto la protezione miocardica è indotta causando brevi episodi ischemici periferici (lontani dal cuore, quindi “remoti”), anziché episodi ischemici cardiaci.

“Attualmente  – precisa il professor Lanza –  non c’è una codificazione dell’utilizzo del precondizionamento ischemico nella pratica clinica. Tuttavia, alcuni studi suggeriscono che se si applicano stimoli ischemici precondizionanti prima di un’angioplastica coronarica, eseguita per riaprire il vaso occluso che causa l’infarto, il danno miocardico potrebbe essere ridotto.

Lo studio premiato da “Circulation”

Nello studio premiato da “Circulation” si è dimostrato che l’uso dell’apparecchio che misura la pressione per creare ischemie transitorie del braccio potrebbe essere utile prima di eseguire un intervento di ablazione con radiofrequenza per curare la fibrillazione atriale.

L’ablazione è una procedura in cui zone del cuore responsabili di aritmie vengono distrutte utilizzando energia sviluppata da onde di radiofrequenza, attraverso cateteri introdotti nelle cavità cardiache.

In seguito a questi interventi si può avere un’eccessiva attivazione e reattività piastrinica, ovvero una condizione in cui le piastrine mostrano una maggiore tendenza ad aggregarsi e, quindi, a formare trombi. Questo incremento avviene principalmente perché le piastrine nel sangue sono attivate quando vengono a contatto con le zone della parete cardiaca danneggiate dall’applicazione dell’energia delle radiofrequenze. Ciò può facilitare la formazione di piccoli trombi piastrinici che possono causare fenomeni embolici periferici (in particolare cerebrali), che sono, appunto, una possibile (per quanto rara) complicanza dell’ablazione.

“Nello studio su ‘Circulation’, eseguito su 19 pazienti – conclude il professor Gaetano Lanza – noi dimostriamo che, applicando il precondizionamento ischemico remoto (3 episodi di ischemia dell’avambraccio di 5 minuti, ottenuti con il semplice gonfiaggio e sgonfiaggio del bracciale di uno sfigmomanometro), possiamo ridurre significativamente l’attivazione delle piastrine e la loro reattività: ciò potrebbe tramutarsi in una riduzione del rischio di complicanze ischemiche legate alla procedura. Questa possibilità, tuttavia, ha ovviamente bisogno di un altro e molto più ampio studio per essere dimostrata” conclude il professor Lanza.