December 11, 2017
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Il ritorno dell’immunoterapia

Usare il sistema immunitario per combattere il cancro è un’idea che ha oltre un secolo di vita: grazie alla ricerca si sta trasformando in realtà

L’immunoterapia, l’idea che sia possibile usare il sistema immunitario  del paziente per eliminare il tumore, ha oltre un secolo di vita, ma la strada era impervia.

Fino a pochi anni fa sembrava più facile ottenere vittorie contro il cancro concentrandosi sull’identificazione di nuovi bersagli molecolari e mutazioni genetiche. Gli studiosi di immunoterapia erano considerati al più come dei comprimari, che avrebbero un giorno dato una mano a potenziare farmaci che agiscono direttamente sul tumore.

“La ricerca contro il cancro si concentrava solo sulla cellula tumorale e i suoi meccanismi di replicazione” spiega il Prof. Maio, direttore del Centro di immunoterapia oncologica del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, uno dei pionieri dell’immunoterapia in Italia. “Ma per fortuna c’è chi ha creduto a questo approccio e ha continuato a studiarlo e sperimentarlo. Tra questi, una prestigiosa scuola di immunologi italiani. Oggi l’immunoterapia è la quarta arma contro il cancro, dopo le tre più classiche: chirurgia, chemioterapia e radioterapia”.

Immunoterapia, quindi, una parola positiva, che infonde speranza già solo nel suono, al contrario delle tanto demonizzate parenti chemioterapia e radioterapia, parole che al solo sentirle attivano nei pazienti oncologici e non solo, sensazioni di angoscia, paura, ansia e difficoltà di accettazione della terapia, per un immediato richiamo agli effetti collaterali ad esse associati. L’immunoterapia viene percepita come una parola rassicurante, forse perché a differenza di chemio e radio non agisce aggredendo e uccidendo il tumore direttamente, ma lo fa attivando e potenziando il nostro sistema immunitario, rendendolo capace di identificare il tumore e distruggerlo dall’interno e “con le nostre forze” senza attaccare nello stesso tempo le cellule sane. «Riattivare il sistema immunitario può consentire all’organismo  di guarire da solo, o comunque di ottenere una remissione duratura e con minori effetti collaterali». Certamente anch’essa può generare, come tutte le terapie, effetti collaterali dovuti per lo più all’attivazione del sistema immunitario in altre parti dell’organismo dove non è presente il tumore e non sarebbe quindi necessario, e causando prevalentemente infiammazione e disturbi gastrointestinali e cutanei, che però risultano clinicamente ben gestibili.

La svolta è arrivata con la messa a punto di alcuni farmaci, in genere anticorpi, capaci di modulare il funzionamento del sistema immunitario, bloccando proprio le molecole che il tumore rilascia per diminuirne l’efficienza. “Questi farmaci hanno tanti vantaggi, uno dei quali è di non dover arrivare fino al tumore perché il loro bersaglio si trova sulle cellule del sistema immunitario che sono presenti nel sangue e in molti tessuti” specifica Maio.

I primi due farmaci entrati in commercio e capaci di agire con questi meccanismi si chiamano ipilimumab e tremelimumab. “Ipilimumab ha dimostrato, in alcuni studi, di riuscire a raddoppiare la sopravvivenza nel melanoma metastatico, portandola da 5 a 10 anni” spiega Maio. “Oggi lo stiamo sperimentando in altri tumori solidi. Anche tremelimumab è usato contro il melanoma e, in alcuni casi, per la cura del mesotelioma pleurico”. Ambedue i farmaci lavorano sui cosiddetti ‘checkpoint’, ovvero una sorta di freno molecolare che blocca la reazione delle difese dell’organismo contro il cancro.

Bisogna sperimentare questo approccio anche su altri tipi di tumore e, soprattutto, capire perché nel 20 per cento dei casi la terapia funziona benissimo, ma nel restante 80 per cento non funziona affatto o solo in misura minore. I risultati finora ottenuti sono molto positivi, ma il percorso della ricerca è ancora lungo.

Fonte : AIRC

 

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